Agata Testa, psicologa palermitana “Sentiamo parlare di ippoterapia, poi mangiamo la carne di cavallo”

“Vegetarismo e veganesimo, un percorso identitario, una transizione vitale”

Una tesi di laurea, già discussa in modo brillante, sul veganesimo: è accaduto in Sicilia, a Palermo. Protagonista Agata Testa 49 anni, mamma di tre figli, impiegata in amministrazione di una multinazionale, moglie dell’ex sindaco di una Capaci che cercava di ricostruire una vita migliore dopo le stragi.
Agata si è laureata in psicologia clinica e di comunità portando un argomento composito, complesso, ma riassunto in modo lucido nelle 70 pagine ricche di particolari e ricche di idee personali che fanno parte di un vissuto coerente proiettato nel futuro.

Agata, il titolo della tesi è “Vegetarismo e veganesimo, un percorso identitario, una transizione vitale”, com’è nata l’idea?

“Sono vegetariana da anni, l’idea di cui parlo nella tesi, specie nelle conclusioni personali, parte da un evento choc che mi ha condizionato la vita di tutti i giorni”.

Dell’evento choc parliamo alla fine, intanto spieghi la sua idea di alimentazione vegetale.

“La scelta etica del veganesimo ci cambia l’identità e la personalità, ha un approccio creativo a tutto ciò che ci gira interno. Siamo stati sempre abituati a certi stereotipi, la cultura del cibo è millenaria e la subiamo passivamente. Da psicologo vedo il nesso tra alimentazione e psiche, tutto quello che incorporiamo ci attraversa e l’atto del mangiare è qualcosa che modifica e ci modella come persone”.

Cambiare alimentazione dopo anni di abitudinarietà non è semplice.

“Infatti il cambio di alimentazione è un percorso nuovo. I cinesi mangiano i cani, noi no. Ci sono identità diverse, se si diventa vegani si cambia modo di vedere gli animali considerandoli non come cose, ma esseri viventi che hanno emozioni e che hanno una vita come la nostra. La carne che arriva nel piatto non ci fa pensare alla macellazione, non c’è collegamento tra quello che mangiamo e quello che era…. Manca il referente, l’animale, che è morto. Nella tesi sviluppo anche questi concetti”.

In Italia, come spiega nelle 70 pagine, la relazione uomo-animale è arrivata tardi.

“Siamo già proiettati negli Anni Ottanta. Anche oggi sentiamo  parlare di ippoterapia, poi mangiamo la carne di cavallo: dal mio punto di vista c’è una incongruenza. La pet terapy è possibile perchè l’animale è un soggetto senziente e con la pet si guarisce. Io mi immedesimo in questo particolare e l’ho esposto alla commissione”.

Un preconcetto è legato allo sport: l’agonismo sembra solo riservato ai carnivori, ma è una balla grande così.

“Il mio nutrizionista è vegano, fa le gare di corsa e resistenza, nello sport le proteine vegetali sono compatibili con chi fa agonismo. Molti campioni, anche affermati, si nutrono di alimenti vegetali. Del resto ci sono animali che si nutrono in modo vegetale. E allora come sviluppano il proprio corpo? Con le proteine vegetali, ovvio. Abbiamo ereditato pregiudizi dai nostri avi”.

Una tesi, la sua, che tocca molti altri argomenti.

“Si dà spazio a riferimenti scientifici, psicologici, di filosofia morale. Per esempio, evocando un simbolo di rettitudine e coerenza, Ghandi era latto-vegetariano”.

Oggi l’alimentazione vegetale viene anche considerata un affare settario o peggio ancora portato avanti con fanatismo.

“Chi considera il veganismo una religione sbaglia, ci sono basi spirituali, ma non siamo una setta. Chi lo dice ci teme e non è informato, ha pregiudizi. Ci stigmatizzano, pure, come se avessimo patologie strane a livello mentale. Ma andiamo avanti e ne parliamo per spiegare il nostro punto di vista”.

Punto di vista qualche volta rifiutato anche con accuse molto violente.

“Nella tesi faccio riferimento alla vegefobia; chi difende gli animali viene accusato in modo pesante, c’è un atteggiamento carico di disprezzo nei confronti del vegani, c’è un pregiudizio specista di chi ha coniato di questo termine che viene strumentalizzato contro chi difende gli animali”.

Eccoci alla sua scelta alimentare dettata da un’immagine scioccante.

“Una locandina esposta all’università di Palermo anni fa, quando frequentavo le lezioni. Erano gli anni delle Primavere arabe e i tg proponevano immagini drammatiche. La narrazione degli eventi, come qualcosa di assolutamente straordinario che coinvolgeva migliaia di persone, soprattutto ragazzi che chiedevano libertà, nascondeva i tremendi risvolti che in poco tempo cominciammo a scoprire”.

Che cosa scopriste?

“Su internet scoprimmo la cruda orrenda realtà di quelle primavere: l’immagine era scioccante. Disposti l’uno accanto all’altro, senza lasciare spazio per diversi metri, i corpi bruciati di decine di ragazzi ormai irriconoscibili, completamente carbonizzati. Un’immagine tanto cruenta da esalare “puzzo di morte”. L’orrore, lo sdegno, il disgusto di quella realtà orribile mi provocò un’associazione visiva assurda. Mi sembrò di assistere a un enorme barbecue. Avevano esagerato nella cottura, ma si trattava di esseri umani”.

Uno choc incredibile.

“Appena mi ripresi cominciai a riflettere sul fatto che noi esseri umani siamo davvero capaci di qualunque crudeltà nella lotta alla sopravvivenza, ma ancora di più nella competizione alla sopraffazione e allo sfruttamento. Io pensiero successivo fu di realizzare che quella crudeltà non apparteneva solo agli esseri malvagi che combattevano quella guerra, ma anche a me”.

Anche a lei?

“Anche io sapevo preparare una grigliata e a volte sbagliavo la cottura e bruciavo la carne di esseri senzienti. Non li avevo uccisi io, ma il mio carnezziere di fiducia”.

La conseguenza la immaginiamo.

“Smisi di fare grigliate e di mangiare carne”.

Recentemente a Palermo ha incontrato la presidentessa di Veg Sicilia, Luce Pennisi.

“C’è un rapporto di grande comunicazione, uno scambio di idee che serve a tutti quanti. C’è, dietro l’attività dell’associazione di Luce Pennisi, un grande lavoro quotidiano per promuovere idee, avviare confronti e scuotere chi è abituato (o rassegnato) alla quotidianità. Qualcosa di muove, si va verso nuove consapevolezze e di questo siamo tutti quanti fieri”.

Giovanni Finocchiaro

Commenti