Paolo Guarnaccia, ”Il veganesimo è una risposta ad un abuso etico ed ecologico”

Il docente del Di3A etneo, pioniere del bio tra preconcetti, avversità ed etica

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Negli Anni Ottanta in Sicilia l’agricoltura biologica veniva considerata poco redditizia, anche scomoda se vogliamo.
Ma c’era chi come Paolo Guarnaccia ,docente etneo, lavorava duramente, anche a costo di scontrarsi con un mondo pieno di preconcetti, per realizzare concretamente le proprie idee. Sono stati compiuti passi da gigante, ma la strada è ancora un sentiero scosceso.

Professore Guarnaccia, in che modo si rapporta la Sicilia con quella che sembrava una moda e che invece è diventata da tempo una necessità. Quale riscontro nota quotidianamente.

“Il biologico è una grande opportunità, in virtù delle condizioni climatiche favorevoli e del grandissimo patrimonio di biodiversità portato avanti da generazioni di agricoltori negli ultimi due secoli”.

Il mercato siciliano è in costante sviluppo e nel 2030…

“Il mercato siciliano esige una richiesta sempre maggiore di prodotti biologici, che poi è l’unica forma di agricoltura ad essere tracciata garantendo il consumatore. L’obiettivo da perseguire tutti insieme è quello di una Sicilia interamente bio nel 2030, in modo da utilizzare questo brand in campo commerciale, associando i prodotti siciliani ai prodotti sani e di qualità”.

Quante difficoltà, prof. Guarnaccia. Troppe?

“I problemi del biologico in Sicilia, raggiunta la soglia del 25 per cento, sono essenzialmente racchiusi nella mancanza da parte del consumatore di garantirsi un vero potere di acquisto. Il biologico che si trova spesso nei supermercati è deleterio perchè i prodotti vengono spediti e confezionati altrove, al Nord, e poi vengono spediti di nuovo qui. Un passaggio storto, che non aiuta l’economia locale”.

Soluzioni possibili?

“Bisogna attivare le forme alternative alla grande distribuzione. Penso ai mercatini, ai gruppi di acquisto, alla consegna a domicilio ma soprattutto ai negozi di vicinato, i piccoli negozi di quartiere (fruttivendoli, panifici, alimentari in genere) che rappresentavano una forma più sostenibile per fare la spesa. Non implicavano i trasferimenti in periferia, nei centri commerciali. Così si stabiliva anche il rapporto di fiducia con il venditore. Per arrivare a una trasformazione bisognerebbe coinvolgere le associazioni di categoria con programmi di formazione adeguata”.

Il bello è che nella nostra regione si produce molto, in campo biologico.

“Il paradosso in Sicilia è che siamo la regione in cui si produce di più, verissimo, ma si consuma di meno. L’amministrazione potrebbe fare tanto attivando convenzioni con cliniche, mense pubbliche a scuola e molti altri settori. In altre regioni capita, in Sicilia siamo fermi. Non essendo state definiti i regolamenti attuativi, le leggi sono rimaste inutilizzate”.

Per formare bisogna partire dalla base.

“Nelle università gli agronomi vengono formati su un tipo di agricoltura intensiva che fa largo uso di chimica e di energia fossile e dovrebbero cambiare molto le cose, visto che in Sicilia sconsigliano il biologico. Poi si scopre che molti agronomi lavorano per le multinazionali. Il prezzo dei prodotti, inoltre, dovrebbe essere più contenuto e trasparente possibile valorizzando e gratificando i produttori, i loro sforzi. Garantendo anche al consumatore la tracciabilità dei prodotti che acquistano”.

La storia del dipartimento di agricoltura biologica: quali sono il livello e la qualità di partecipazione da parte dei giovani? C’è anche una storia molto complessa che ha portato all’apertura.

“Sono docente al dipartimento di agricoltura, alimentazione e ambiente all’università di Catania, insegno agricoltura biologica, per me questa è stata una grossa conquista. Mi sono sempre occupato della materia da studente. Durante la prima lezione la docente ci disse di dimenticare la visione bucolica dell’agricoltura e che saremmo stati formati per produrre di più. “Gli animali – ci disse – li teniamo legati e se si ammalano gli daremo antibiotici e stiamo studiando le farine di carne, residui della macellazione”. Gli animali sarebbero diventati cannibali di loro stessi, io uscii sconvolto da quella lezione e da allora mi occupai di agricoltura biologica, collegandomi con alcune associazioni internazionali, specie una francese (Natura e progresso), poi ho dato origine a un coordinamento siciliano di agricoltura bio”.

Siamo nei primi anni Ottanta.

“Eravamo in pochissimi, c’erano anche dei ragazzi tedeschi arrivati in Sicilia per produrre bio. Nacque l’Aiab, l’associazione italiana agricoltura biologica di cui sono stato il presidente regionale e componente nazionale del direttivo. Ed è stato il mio un percorso lunghissimo fatto anche di attacchi. Sono andato avanti, ho vissuto in prima persona l’esperienza pratica nella mia azienda di Paternò ora l’Unione Europea finanzia solo progetti sostenibili nel bio, ora molti colleghi distratti ora sono molti attenti a questo aspetto, potevano pensarci prima e si sono create le condizioni per insegnare agli studenti”.

guarnacciaIl suo corso è seguitissimo. Sempre.

“Ora i tempi sono maturi per organizzare un corso di laurea sull’agricoltura biologica. Abbiamo organizzato anche un seminario, insieme con l’ordine degli agronomi e con l’associazione italiana agricoltura biologica che ripeteremo pure quest’anno. C’è grande interesse e grande bisogno di ricerca. Sono maturi i tempi per una ricerca partecipata  da parte dei ricercatori dell’università e degli agricoltori unendo forza ed esperienza con il contributo dell’università”.

C’è una correlazione tra biologico e vegano? Il suo punto di vista da dove parte?

“Non sono un medico e neanche un nutrizionista, posso ricollegarmi  alla mensa della dieta mediterranea basata su cereali, legumi, ortaggi, olio d’oliva: occasione rarissima di alimentazione, abbiamo bisogno di ridurre drasticamente eliminando la carne che sul piano etico e morale influisce”.

Un cambiamento da portare avanti in termini di salute.

“Le ricerche  dimostrano il danno quando si consumano eccessivamente le proteine animali, in una situazione in cui gli animali vengono allevati e alimentati in condizioni insostenibili. Bisogna rivedere il rapporto tra produzione zootecnica e produzione vegetale in ottica di sostenibilità e bisogna ridurre i consumi energetici. Se la popolazione del mondo aumenta non possiamo aumentare le rese, così l’impatto dell’agricoltura nell’ambiente peggiora”.

La sua idea è drastica.

“Riduciamo il consumo di carne, gli allevamenti intensivi andrebbero vietati. Io sono di quest’idea: stop alla produzione di prodotti da allevamenti intensivi”.

La Sicilia ha un’opportunità grandissima, sfruttando il biologico, per rilanciare l’agricoltura e l’economia.

“Il futuro in questo senso è legato anche alla valorizzazione del paesaggio, alla progettazione di nuovi sistemi di distribuzione. Tutto questo, unitamente alla trasformazione dei prodotti agricoli, potrebbe creare nuovi posti di lavoro. Non penso solo alla Sicilia, ma anche alla possibilità di esportare le nostre eccellenze nel Mondo. Il mio progetto Sicilia 100 per 100 bio nel 2.030 è una corsa contro il tempo per riunire associazioni, università, aziende e le personalità che ruotano attorno a questo mondo. Bisogna bandire gli ogm e valorizzare la nostra terra, i percorsi naturalistici, il turismo rurale. Le aziende bio potrebbero diventare snodi strategici. La fattoria didattica è occasione di educazione per le scuole, con percorsi differenziati a seconda dell’età dell’alunno. Bisogna fare capire la correlazione alimentazione-salute”.

Stanno nascendo nuovi distretti bio.

“L’Aiav Sicilia si è battuta per l’istituzione dei bio distretti per agire in ambito territoriale in maniera definita. Sono nati distretti bio nel Simeto, alle Eolie, nel Trapanese. Altri sono in fase di costruzione; le imprese, le istituzioni, le banche, le scuole, e i consumatori stabiliscono rapporti che possono favorire gli agricoltori trovando loro occasioni di mercato a pochi passi dall’azienda. I consumatori trovano prodotti sani e accessibili sul piano economico”.

Il suo rapporto con il mondo veg.

“Il veganesimo è una risposta ad un abuso e ai metodi di allevamento insostenibili sul piano etico ed ecologico. Apprezzo e ammiro chi fa questa scelta perchè oltre al rispetto per gli animali porta avanti un fondamento etico basato sulla non violenza. C’è bisogno di queste punte avanzate. Sull’aspetto alimentare sono molto attento ai valori della dieta mediterranea, con utilizzo di proteine animali limitatissimo. Non sono vegano al cento per cento, ma condivido molti aspetti anche sotto il profilo alimentare”.

Giovanni Finocchiaro

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